domenica 14 dicembre 2014

Recensito dall’ANPPIA l’ultimo saggio di Giorgio Fedel


Un libro sulla Resistenza fornisce una nuova lettura di alcuni oscuri episodi
IL COMANDANTE LIBERO E I MISTERI SULLA SUA MORTE
di Jean Mornero

Edito dalla Fondazione Riccardo Fedel, ha visto la
luce un altro libro (l’ennesimo potremmo dire, ma
non è così) sulla Resistenza, incentrato in particolare
sulla figura di un partigiano che ha fatto discutere, il
comandante Libero. Questa nuova testimonianza, dal titolo
“La prima Resistenza armata in Italia” si basa su documenti
britannici e tedeschi che aiutano a illuminare alcuni lati
oscuri della lotta di Resistenza in Italia.
Nella prefazione, Antonio Varsori, docente universitario,
scrive: “Per molti anni il dottor Giorgio Fedel si è prodigato
con ammirevole e costante impegno nell’obiettivo di
studiare la figura e l’azione del padre, Riccardo Fedel, noto
come il “comandante Libero”, il quale si pose alla guida tra
il ’43 e il ’44 di una delle prime e più attive formazioni partigiane
“garibaldine” operanti nell’Appennino romagnolo al
confine con la Toscana, le Marche e l’Umbria. Il comandante
Libero veniva ucciso nel ’44 in maniera drammatica
quanto oscura quale conseguenza di aspre divergenze di
natura prevalentemente personale fra esponenti dell’allora
Partito comunista”.
In altre parole l’autore, nella sua ricerca, non si è limitato
a riabilitare il ruolo del padre sulla Resistenza, ma grazie
alle fonti archivistiche di cui è venuto in possesso, ha
cercato di ricostruire anche le vicende del gruppo guidato
dal comandante Libero.

Non è questo il primo caso di vendette personali all’interno
dei gruppi che hanno combattuto la Resistenza in
Italia. Rivalità, risentimenti, odi sono esistiti anche tra
coloro che stavano dalla stessa parte e momentaneamente
alleati contro un comune nemico, il nazifascismo. Ma
certo la vicenda del comandante Libero, anche per il lungo
silenzio che l’ha circondata, rimane un episodio su cui
occorrerebbe un supplemento di indagini.
Per questo, suo figlio Giorgio Fedel, nel suo libro, ha
voluto ricordare che “nella sua formazione a un certo punto
si trovarono aggregati ai suoi partigiani alcuni alti ufficiali
britannici, i generali Neame e O’Connor e i colonnelli
Combe e Todhunter, fuggiti dai campi di prigionia dopo l’8
settembre 1943 e quindi finiti tra gli uomini di Libero. Rientrati
in Gran Bretagna nella tarda primavera del ’44 questi
ufficiali avevano fornito ai loro superiori e allo stesso
Primo Ministro Winston Churchill importanti ed entusiastici
rapporti circa l’azione della Resistenza in questa area,
in particolare del gruppo di “Libero”, sottolineando come
queste formazioni partigiane avrebbero potuto svolgere
un ruolo fondamentale nelle operazioni anglo-americane
contro i tedeschi, accelerando la positiva conclusione della
campagna d’Italia”. Esagerazioni, notizie mirate a gettare
una nuova luce sulla figura di Riccardo Fedel? Tutto è
possibile, ma va detto che il libro di suo figlio Giorgio non
si limita a raccontare una Resistenza pro domo sua perché
è arricchita da documenti e testimonianze che appaiono
inoppugnabili. In una nota è lo stesso Giorgio Fedel, prima
della sua scomparsa, a ricordare che questa sua battaglia
non era mossa solo da ragioni familiari e affettive, ma
anche da motivazioni scientifiche e politiche. Il libro, come
sottolinea il professor Varsori, “offre un’importante visione
di uno dei momenti più significativi della storia d’Italia
nella seconda guerra mondiale”.
Giorgio Fedel, dopo aver posto l’indice contro i troppi
buchi della storiografia, pubblica un interessante diario del
comandante Libero, ricostruito meticolosamente e quindi
molto vicino al testo originale. Ė un “diario di viaggio” che
merita di essere letto e che arricchisce il lavoro di Giorgio
Fedel. Racconta con puntiglio cronistico e uno stile gradevole
e scorrevole le sue peripezie nei tre anni di confino
patiti. Il comandante Libero fu condannato a tre anni di
confino il 22 novembre del 1926 con destinazione prima
alla colonia di Pantelleria e poi a quella di Ustica. In chiusura
del suo lungo calvario, il comandante Libero annota:
"Avrò fatto, oltre al confino, 112 ore di viaggio e di manette
delle quali 54 di mare e 1662 ore di carcere, cioè, in totale
1774 ore di privazione completa di libertà prima di arrivare
a usufruire di questa privazione parziale, pur essa dolorosa,
alla quale ho diritto grazie alla premura della Commissione
provinciale di Venezia”.
Agli antifascisti, in quegli anni bui, capitava questo e
anche di peggio. (j.m.)



tratto da:
«L’Antifascista. Mensile dell'ANPPIA Associazione Nazionale Perseguitati Politici Antifascisti Italiani», anno LXI, nn. 9-10, Settembre-Ottobre 2014, p. 23

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